Le
tematiche generali riguardanti l’Ordine dei Poveri Cavalieri del Tempio, comunemente
noti come "Templari", sono state ampiamente e brillantemente
approfondite nelle relazioni che mi hanno preceduto, illustrando le caratteristiche
dell’Ordine, i suoi usi e la sua presenza in tutta Europa, perciò potremo
inoltrarci subito nel vivo del tema: la presenza dell’Ordine templare in Liguria.
Con una breve premessa:
Abbiamo visto il ruolo che le "magioni" e le sedi templari
svolgevano lungo le grandi vie di pellegrinaggio: i pellegrini che, dalla Francia
verso la Terrasanta, valicavano le Alpi per imbarcarsi nei porti di Genova o
di Venezia o attraversavano la valle Padana, percorrendo quel grande e complesso
itinerario noto come "Via Francigena", incontravano sul loro
cammino numerose istituzioni assistenziali: monasteri di cistercensi, chiese-ospedali
gestite da monaci o da confraternite laiche, sedi degli ordini Ospedalieri e
Templari.
Le "precettorie" templari, presenti alla confluenza dei fiumi,
lungo le antiche vie consolari romane o sui monti, nelle campagne o nelle città,
offrivano ai pellegrini un luogo dove potevano trovare assistenza e riposo.
La "Via Francigena" non deve essere immaginata come un unico
tracciato, come si sarebbe realizzato in un’ottica moderna; l’itinerario di
pellegrinaggio noto con questo termine era un insieme di percorsi praticati
da coloro che si spostavano dalla Francia verso Roma o verso la Terrasanta;
le Alpi occidentali erano superate, dai pellegrini provenienti dalla Francia,
su almeno due direttrici principali: quella che valicava il Gran San Bernardo
e, scendendo in Val d’Aosta si dirigeva verso Pavia, e quella che utilizzava
invece il colle del Moncenisio per scendere a Torino lungo la valle di Susa,
proseguendo poi nella pianura verso Piacenza.
Però è bene ricordare che tutti i valichi alpini delle Alpi marittime
e Cozie recano tracce delle vie di pellegrinaggio, essendo questo un fenomeno
estremamente diffuso nel mondo medievale; perciò i "cammini"
avevano sì alcuni percorsi principali, frequentati dalla stragrande maggioranza
di questi uomini in movimento, ma si sviluppavano anche su vie ed itinerari
minori, paralleli o alternativi, frequentati per mille motivazioni diverse.
Questa tendenza rese necessaria la realizzazione di una rete complessa di istituzioni,
per lo più monastiche, realizzate spesso per volontà dei signori
feudali, che le finanziavano per sostenere la struttura socio-economica del
proprio territorio.
In questo quadro complesso ed articolato si inserirono le "precettorie"
dell’Ordine dei Poveri Cavalieri del Tempio.
Gli insediamenti templari nel Nord-Ovest dell’Italia parrebbero far parte di
un "progetto" coerente alle proprie finalità e destinato a
consolidarsi con l’intensificarsi dei traffici sulle vie che, valicando il Moncenisio
o il S. Bernardo, portavano a Piacenza, punto di intersezione di diversi itinerari.
Ma, come già detto, i "cammini" del pellegrinaggio erano
molteplici: anche il Colle di Tenda era frequentato dai pellegrini che, giunti
poi nella pianura pedemontana, si immettevano sul percorso della "Via
Francigena".
Inoltre da questa si diramavano itinerari "minori" che, valicando
le aspre giogaie dei contrafforti apenninici e delle Alpi Marittime, scendevano
ai porti liguri, favorendo il pellegrinaggio via mare, per Roma o per la Terrasanta
o, in direzione inversa, per Santiago di Compostella.
In questi porti liguri, e lungo questi "cammini" minori, spesso impervi
e malsicuri, che li congiungevano ai principali nodi della "Via Francigena",
si collocavano le "precettorie", le "magioni"
e le chiese dell’Ordine Templare.
Quindi, analizzando la presenza templare in Liguria, si presenta l’esigenza
di spingere lo sguardo verso quegli insediamenti dell’Ordine Templare sorti
sui grandi nodi della "Via Francigena" in area piemontese,
poichè solo così potremo cogliere il senso logico della collocazione
delle varie "precettorie" templari che incontreremo.
"Precettorie", chiese e "magioni" che lasciano,
della loro esistenza, tracce labili e di difficile lettura, poichè gli
edifici templari, in Occidente, non rispettavano moduli architettonici specifici:
sia che si trattasse di "precettorie" cittadine o di sedi rurali,
essi consistevano in insediamenti formati da modeste chiese o da caseforti arroccate
sui punti strategici dei percorsi, spesso realizzate modificando "ad
hoc" costruzioni già esistenti in loco. Molti di questi edifici,
passati successivamente ad altre mani, in particolare agli Ospedalieri di San
Giovanni, persero ogni connotazione originaria o addirittura scomparvero del
tutto.
La carenza di fonti documentarie, già insita nella difficoltà,
di carattere generale, di cogliere elementi utili in cartulari di epoche ormai
molto lontane, è aggravata, per ciò che riguarda l’Ordine dei
Templari, dalle loro ben note vicende.
Le poche fonti documentarie che si sono conservate giungendo sino a noi oggi,
sono come dei lampi che per un attimo squarciano l’oscurità dei secoli,
lasciandoci intravvedere le tracce di una fondazione, di una magione o di una
chiesa templare.
Quindi la ricerca delle tracce templari impone un lavoro attento a labili indizi
toponomastici, presenze di dedicazioni a santi legati all’Ordine, aspetti leggendari
di questo o quel sito, integrando così la scarna documentazione rimasta.
Aggiungiamo infine che si tratta quasi sempre di documentazioni ben note e studiate;
è rara la novità che apre spazio a nuove scoperte; quindi ci tengo
a sottolineare che questo intervento non andrà oltre, se non di pochissimo,
a quelle notizie già ben conosciute dagli specialisti. Per una questione
di chiarezza articoleremo questa relazione seguendo i principali itinerari che,
dalla "Via Francigena" o da altri itinerari minori, si dipartivano
scendendo agli approdi costieri, cercando di evidenziare, lungo gli stessi,
le tracce della presenza templare.
Questa presenza era particolarmente massiccia nel Nizzardo: la "precettoria"
di Nizza possedeva vasti possedimenti nelle Alpi Marittime (a Saint-Martin-Vesubie,
Isola, La Tour, Saint-Etienne-de Tinèe, , Entrevaux, Saint-Martin-d’Entraunes,
Entraunes, La Croix, Villars, Le Touet, Tournefort, Puget-Rostang, Rigaud, Vence,
Grasse, Roquefort, Biot, Le Broc, Sospel).(4)
Dal Nizzardo all’area bassopiemontese l’accesso più logico era quello
del Colle di Tenda, nodo strategico della viabilità alpina; qui compaiono
labili tracce dei templari, che avrebbero avuto sul valico, o nei pressi, un’ospizio
per l’assistenza dei pellegrini; una seconda "magione" templare
sarebbe sorta poi a S. Dalmazzo. Nel Ventimigliese esisteva certamente una presenza
templare, è il caso del castello di "Zerbulo" dipendente dalla
sede di S. Calocero di Albenga, di cui purtroppo non si sa altro per assenza
di documenti. Valicate le Alpi Marittime e scesi, da Carnino e Viozene, nell’area
bassopiemontese della Val Tanaro, troveremo un itinerario che, passando nell’area
di Garessio- Ormea scendeva al mare; qui sono ancora visibili, a ridosso del
passo di Nava, le rovine della piccola chiesa di S.Raffaele, dei Cavalieri di
Malta nel sec. XVI, che confermano l’esistenza di un importante "cammino"
lungo la valle dell’Arroscia; in questa valle i templari avevano beni a "Teco"
ed a "Bacelega", poco lontano da Ranzo.
E’ possibile che vi fossero, in zona, altre dipendenze templari? parrebbero
suggerirlo alcune fonti toponomastiche, vaghe e di difficile interpretazione,
rimaste sul terreno: è il caso della chiesa di S. Calocero, posta a ridosso
della Colla d’Onzo sopra Curenna, sull’itinerario tra Castelbianco e Vendone,
che si richiama al titolo della "magione" albenganese; (questo
ci fa supporre che probabilmente dipendesse da quest’ultima), o quel "San
Giacomo" a ridosso del "castello dell’Aquila", sull’itinerario
tra Alto ed Aquila d’Arroscia, che proseguendo da Ormea e dalla "Colla
dei Termini" si spinge poi nell’area bassopiemontese, e che pare richiamarsi
ad un itinerario campostellano; il titolo di S. Giacomo compare spesso nelle
chiese dell’Ordine Templare, benchè non ci paia esclusivo dell’Ordine
medesimo.
La complessità delle attribuzioni del santorale templare ci impone di
ritenere le due chiese di S. Calocero e S. Giacomo di incerta attribuzione,
essendo le loro caratteristiche del tutto insufficienti a suffragare l’attribuzione
a questo o quell’ordine.
Possono riconoscersi come certamente templari invece i beni di Teco e Bacelega,
ma non ci è possibile individuare questi insediamenti, non localizzati
sul terreno, che furono dipendenze della "magione" di S. Calocero
d’ Albenga, "precettoria" doveva rivestire una notevole importanza
nel quadro delle istituzioni templari liguri.
La sede templare di Albenga è una delle poche di cui si possono seguire,
per sommi capi, lo le vicende ed il tramonto.
L’ affermazione di una sede templare di notevole importanza nell’area albenganese
si intravvede già nel 1143: in quel momento "Lombarda",
figlia di "Oddone de Legeno", vendeva la metà di un
manso ad "Oberto misso de Templo de Jerusalem".
Lo stesso "Oberto", misso templare, l’anno dopo acquistava
dai fratelli "Arnaldo e Raimondo del fu Anselmo" un prato presso
la chiesa di "San Calocero de Campora".
Questa documentazione mette in luce una prima fase di espansione che si sviluppa,
coerentemente con la logica dell’insediamento templare, attorno alla chiesa
di S. Calocero; a conferma di ciò vediamo che, nel giugno del 1145, "Robaldo
del fu Alberico"ed "Ugoni e Guillermi Normanno", inviati
dell’Ordine Templare, stipulavano un accordo attorno ad una terra nella piana
albenganese. Son gli stessi Ugone e Guglielmo che, ancora nel mese di giugno,
acquistavano dai coniugi "Algiso e Donata" i diritti su un’ottava
parte di una terra, che è lecito ritenere nei pressi di S. Calocero.
La presenza templare nell’albenganese si consolidò certamente negli anni
successivi, ma a noi è dato rivederne gli sviluppi soltanto nel 1167,
quando l’Ordine riceveva da "Robaldo Maraboto" e sua moglie
"Giusta",donazioni di beni a Bastia d’ Albenga, in valle Arroscia
e a Bacelega, poco lontano da Ranzo. L’importanza dell’evento era sancita dalla
presenza di "Bonifacio..magister et procurator" dell’Ordine
Templare in Italia, che affidava allo stesso Robaldo la gestione dei beni da
lui ceduti, nonchè quella della chiesa di S. Calocero e di quanto già
possedeva.
Quindi è evidente che Robaldo donava anche la sua persona all’Ordine
e, pur venendo affiancato da un templare già appartenente all’Ordine,
riceveva l’incarico di amministratore dei beni albenganesi; con Robaldo l’espansione
continuò: egli ebbe, dalle mani di "Caita filia condam Dominici",
una terra ed una casa in Albenga.
Robaldo Maraboto, amministratore di S. Calocero, riceveva ancora altri beni
nel 1179 da "Adalasia filia di Gandulfi,uxor de Oddone Bassus"
in Campochiesa, mentre nel 1181 era il nuovo amministratore, "Guglielmo
da Vignano", a ricevere da "Donata" figlia di "Graselveto"
un fondo in "Calendas" e, il giorno dopo da "Ascherio
Malasemenza" un’altro fondo nel prato di S. Calocero.
Nei primi giorni del 1182 Guglielmo completava le operazioni d’acquisto con
i beni di "Raimundo Turracia" e di "Cumitus, filius
de Pagani". E’ evidente che la consistenza patrimoniale dell’Ordine
nell’area albenganese doveva essere notevole, e la presenza di beni in valle
Arroscia (quelli donati da Robaldo Maraboto nel 1167) attesterebbe un controllo
templare lungo l’itinerario di Nava- Albenga. Ma l’Ordine aveva raggiunto l’apice
della sua potenza nell’albenganese: nel gennaio del 1194 i templari di San Calocero
vendevano ad Airaldo vescovo di Albenga tutti i beni posseduti nella terra albenganese
"sino al fiume di Finale e nel territorio di Ventimiglia".
Non è chiaro cosa determini questo precoce esodo dei Templari da Albenga,
è uno dei mille punti oscuri di questa storia.
Così come resta controversa l’identificazione della chiesa di S. Calocero:
il Lamboglia ritenne di ricoscerla nel S. Giorgio di Campochiesa, ipotesi oggi
condivisa dal Cennamo, mentre il Tacchella pare più propenso ad identificarla
con la chiesa di S. Clemente, passata poi agli Ospedalieri.
L’abbandono dell’area albenganese non dovette essere totale ed incondizionato;
l’Ordine conservò certamente ancora a lungo fitti ed interessi economici
in loco , perchè vediamo che nel 1224 i prelati incaricati da papa Onorio
emisero una sentenza a favore dei Templari a proposito di obblighi non soddisfatti
dal vescovo di Albenga nei confronti dell’Ordine del Tempio.
Nel 1233 abbiamo un atto di pagamento che ci attesta che la curia ingauna pagò
in seguito il dovuto, ma col tempo le cose cambiarono: nel gennaio del 1267
il precettore della "Mansione del Tempio" di Piacenza, rettore
e ministro dei Templari per la provincia della Lombardia, inviava "frate
Manfredo de Villanova", precettore della "magione"
di S. Giacomo dei Ronchi di Osiglia, a richiedere al vescovo di Albenga fitti
e censi da lui dovuti all’Ordine.
E la presenza di "frate Manfredo di Villanova" sposta la nostra
attenzione sulla "magione di S. Giacomo dei Ronchi" , insediamento
templare posto su una viabilità che dall’area del Monregalese (dove troviamo
la presenza dell’Ordine a "Montevico" almeno sino al 1307)(22)
scende nel Cebano verso Finale, lungo un itinerario di probabile prevalenza
jacopea.
Parrebbero attestarlo, lasciando Finale per salire al Monregalese, la chiesa
di S. Giacomo sull’omonimo valico, la "magione" templare di
Osiglia da cui si giunge a quella, con la stessa antica titolazione, di contrada
Azzini a Murialdo. La situazione orografica in cui si colloca S. Giacomo di
Murialdo pare evidenziare un breve "cammino", parallelo ed
alternativo a quello che attraversava il ricetto del castello carrettesco di
Murialdo. Si trattava di un percorso praticato dai pellegrini, che evitavano
così l’attraversamento della fortificazione feudale, alternativo a quello
praticato dai mercanti che dovevano pagare pedaggio nel castello? per ora è
soltanto un’ipotesi che attende conferme documentarie, pur avendo un importante
fondamento nell’orografia del sito e nelle tracce viarie. Nè possiamo
affermare che questa presenza di matrice compostellana avesse anche qualche
aggancio con la sede templare di Osiglia, tuttavia ci appare singolare che sulla
"porta dei morti" della parrocchiale di S. Lorenzo di Murialdo
faccia bella mostra di sè una croce dei Cavalieri di Malta che, come
abbiamo visto, sostituirono i templari a San Giacomo di Osiglia. E questo ci
riporta sul "cammino" di Santiago, alla sede di Osiglia; infatti
da S. Giacomo di Murialdo una viabilità antica portava a S. Giacomo dei
Ronchi. Anche la "magione" di S. Giacomo, isolata tra i monti
e su un percorso importante che collegava la costa al Cebano e che durò
almeno sino al sec. XVIII, ci pone soltanto interrogativi senza risposte: la
sua nascita è coeva a quella dell’insediamento albenganese, oppure è
qui che si attestarono i templari dopo l’abbandono dell’albenganese del 1194?
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La
Magione di San Giacomo dei Ronchi Indicata come Casa Magione sulle carte dell' IGM la si raggiunge da Millesimo (uscita casello autostradale) procedendo verso Savona e alla fine del paese imboccare la strada dell'Alta Val Bormida in direzione lago di Osiglia. Poco prima di raggiungere il lago fermarsi in Frazione Ronchi; al culmine di una altura alla destra dell'abitato sorge il complesso della magione, non visitabile in quanto proprietà privata. |
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La
Domus di San Calocero Sita in località Calende di Campochiesa nei pressi di Albenga in direzione Savona la chiesa di San Calocero, per alcuni di incerta attribuzione all'Ordine del Tempio, |
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a Magione di Santa Fede
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Carmelo
Prestipino
(fotografie: Giuseppe Dario Isopo)